L’emerging adulthood (circa 18-28/30 anni), concetto introdotto da Arnett, è una fase di transizione tra adolescenza ed età adulta tipica delle società industrializzate. È caratterizzata da esplorazione dell’identità, maggiore autonomia e oscillazione tra instabilità e ricerca di stabilità nelle scelte di studio, lavoro e relazioni. In questo periodo diminuisce il controllo degli adulti e aumenta il senso di libertà, insieme a una crescita di autostima e autoefficacia. Allo stesso tempo, questa fase rappresenta un momento critico perché è associata a un alto rischio di esordio di problemi psicologici, come ansia, depressione, comportamenti suicidari, abuso di sostanze e disturbi alimentari. Le traiettorie di sviluppo dipendono dall’interazione tra fattori di rischio (ad esempio esperienze avverse) e fattori di protezione, tra cui il supporto familiare e le competenze sviluppate nell’adolescenza.
Nonostante le difficoltà, molti giovani faticano a chiedere aiuto psicologico, anche a causa della discontinuità tra servizi per adolescenti e per adulti e della tendenza a fare affidamento su se stessi. Negli ultimi anni la psicologia clinica ha iniziato a sviluppare interventi specifici per questa fase, soprattutto di orientamento psicodinamico. Gli interventi possono essere: counselling breve, spesso nei contesti universitari, focalizzato sulle decisioni attuali e sul futuro; psicoterapia più approfondita, quando le difficoltà sono legate a conflitti irrisolti dell’infanzia o dell’adolescenza.
Questi interventi mirano a sostenere il processo di costruzione dell’identità e dell’autonomia, aiutando i giovani a comprendere i propri stati mentali, prendere decisioni e progettare il futuro. Intervenire in questa fase è anche importante per prevenire lo sviluppo o la cronicizzazione di disturbi psicologici nell’età adulta.