Il gioco rappresenta la forma primaria attraverso cui il bambino esplora il mondo, organizza l’esperienza, sviluppa competenze e costruisce legami significativi. È un linguaggio universale, radicato nei sistemi neurobiologici che regolano la motivazione, la regolazione emotiva e la relazione. Comprendere il gioco in tutte le sue dimensioni – evolutiva, neurofisiologica, simbolica e terapeutica – significa dotarsi di uno strumento clinico potente e profondamente rispettoso della natura del bambino. La prospettiva della Teoria Polivagale di Stephen Porges offre una cornice essenziale per interpretare il ruolo del gioco come catalizzatore di sicurezza, apertura sociale e regolazione.
Secondo questo modello, l’attivazione del sistema di ingaggio sociale (Social Engagement System) dipende dalla percezione di “cue of safety”, cioè segnali di sicurezza trasmessi attraverso postura, prosodia, espressioni facciali e ritmicità delle interazioni. Il gioco, soprattutto quando è sintonico, condiviso e flessibile, diventa uno dei contesti più efficaci per generare questa condizione neurofisiologica. Il bambino che percepisce sicurezza è più disponibile a esplorare, sperimentare, raccontare, imitare, simbolizzare e quindi cambiare. In ambito terapeutico il gioco non è quindi solo un mezzo, ma un ambiente relazionale regolativo.
La qualità dell’interazione ludica permette al clinico di osservare il funzionamento del bambino nelle sue componenti motorie, prassiche, sensoriali, simboliche ed esecutive, ma soprattutto offre un canale privilegiato per costruire un’alleanza terapeutica autentica. Attraverso sequenze di gioco condivise, il professionista può modulare livelli di attivazione, facilitare l’autoregolazione, sostenere iniziativa e flessibilità, espandere repertori comportamentali e supportare le funzioni esecutive emergenti. Il corso propone quindi un percorso che intreccia sviluppo tipico, modelli neuroscientifici, strumenti di osservazione, setting terapeutici e pratica clinica, permettendo ai partecipanti di: • comprendere le tappe evolutive del gioco e le loro basi neuropsicomotorie; • riconoscere, grazie alla teoria polivagale, come la regolazione autonomica condizioni la qualità del gioco e della relazione; • utilizzare il gioco come dispositivo valutativo attraverso scale e osservazioni qualitative; • conoscere e sperimentare giochi strutturati, destrutturati, motori e simbolici come strumenti per lavorare su abilità sensoriali, prassiche, socio-emotive ed esecutive; • imparare a creare un contesto ludico sicuro, ingaggiante e terapeuticamente orientato; • acquisire competenze operative per progettare attività in forma diadica e in piccolo gruppo, calibrate sugli obiettivi della terapia.
In questa cornice, il gioco diventa un ponte tra il mondo interno del bambino e gli obiettivi terapeutici: un contesto che sostiene la co-regolazione, promuove la relazione, potenzia la spontaneità e permette al clinico di lavorare in modo naturale, rispettoso e profondamente efficace.